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La Zecca lucchese

 

Da storia popolare di Lucca

 

Poiché fra gli antichissimi privilegi, onde fu insignita la nostra città, vuolsi a ragione ricordare come degno di maggior importanza quello della zecca, non spiacerà che qui noi ne raccogliamo le principali notizie. Troppo ci sarebbe difficile di rintracciare il modo, onde Lucca si assunse il diritto di monetare in proprio nome, in mezzo alla confusione che successe alla caduta dell'impero Occidentale; né potremmo con esattezza determinare il tempo, in cui cominciarono i lavori della sua Zecca, ma è probabile che fosse sull'aprirsi del secolo sesto. È certo che sotto i Goti ebbe ella moneta propria, la quale conservò pure durante la dominazione longobarda, aggiungendovi al nome proprio il titolo di Flavia, che denotava una certa soggezione, ma onorevole. Nelle monete, che si coniarono allora nella nostra zecca, da una parte nel campo invece dell'antico monogramma vedesi una stella a sei raggi, fra cui sorgono altrettante fiammelle, con intorno Flavia Luca, e sulla faccia opposta, la croce latina potenziata ora colla sillaba VI, ora coi nome d'uno de' re longobardi, e più spessa de' due ultimi. LI certo poi che vi furono due specie di moneta, l'una più numerosa fra i regni d'Autari e d'Astolfo, e l'altra meno nel tempo corso tra Astolfo e Desiderio. Il tipo d'ambedue però è quanto di meglio si fece su tal proposito in Italia ne' secoli dodicesimo e tredicesimo, eccettuatene forse poche Beneventane. Per lo più poi eran monete d'oro, ché per quelle d'argento e di rame si preferiron le bizantine, non solo per risparmio d'opera, ma anche di spesa.
Continuò sotto i Franchi la lavorazione della nostra zecca, poiché avendo stabilito Carlomagno con un suo capitolare dell' 805 che si coniasse moneta solamente in quelle città dov'era un palazzo regio, Lucca non perdette 1'antica privilegio, godendo appunto dell'altro del palazzo o corte. Ci dovette però sostituirvi il nome del nuovo imperante, cambiarne la forma e il metallo, e ne venne affidata la direzione a certi magistrati detti prefetti della zecca o monetari, il cui principale ufficio era forse di vigilare perché le monete correnti avessero buon peso e giusto titolo. Né cessò nel tempi successivi a' Carolingi; ché se ne trovano anzi degli stessi duchi, i quali forse a usurpare un tal diritto furon fatti audaci prima dall' imbecillità de' discendenti di Carlomagno, poi dall' incertezza dei vacillanti re d' Italia, eh' ebbero spesso bisogno del loro appoggio. Lo che non ci farà meraviglia, se riflettasi alla grande potenza de' nostri antichi signori, che non solo si stimavano ed eran padroni assoluti della libertà, delle sostanze e della vita de' sudditi; ma conoscendosi formidabili per dovizia e ampiezza di domini levarono le loro pretensioni fino a prendere il titolo di Duchi d' Italia. Cessò peraltro in breve questo diritto o usurpazione verso il mille, o prima o dopo la morte d'Ugo Secondo, il Grande; né si hanno monete posteriori segnate coi nomi de' duchi, ma sì colle sigle degli imperatori regnanti; e forse non n'ebbe di proprie neppur la potentissima contessa Matilde, o furono così poche, che non ne giunsero a noi.
Ottone Primo, divenuto imperatore, con un diploma conservava a Lucca il privilegio della zecca, rispettato anche da Arrigo Secondo è da Corrado il Salico, né mancano monete segnate del loro nome. Delle quali concessioni più importante ci sembra quella dell' ultimo, perché se egli confermava alla nostra città una così ragguardevole franchigia, nonostante la forte resistenza che gli aveva opposta, è a credere che vi fosse indotto da una speciale bontà, che riscontravasi nella moneta di essa e dal vederla quasi universalmente accettata. La qual riputazione della nostra zecca, giunse a tale nel secolo dodicesimo, che le sue monete venivano usate nella maggior parte e se ne conservano specialmente alcune rarissime del Marchese Ugo Primo e d'Ugo Secondo, detto il Grande.
Che i Marchesi di Toscana prendessero talvolta il titolo di Duchi d'Italia lo argomenta Giulio Cordero di san Quintino dalla iscrizione sepolcrale della contessa Berta, vedova del Marchese Adalberto Primo, la quale leggesi come segue in una lapide del secolo decimo in San Martino:

Hoc Tegitur Tumulo Comitissae Corpus Humatum Inclita Progenies Berta Benigna Pia Uxor Adalberti Ducis Italiae Fuit Ipsa Regalis Generis . . . . . . An. Dominic. Incarnationis. DCCCC XXV.

D'Italia e più notevolmente a Bologna, in cui onore si coniarono poi i così detti bolognini, che prima furon moneta eccellente poi scaddero progressivamente tanto da diventare spregevoli. Se non che il pregio singolare in che avevasi a que' tempi la moneta nostra fu cagione che si cominciasse a contraffare da altre città, e maggiormente da Pisa; onde si resero necessarie severe proibizioni da parte degli imperatori e de' pontefici, come quelle di Federigo Primo nel 1155 e nel 1175, e d'Adriano Quarto nel 1158. Strano è trovare che poco dopo lo stesso Barbarossa ne permetteva la contraffazione ai medesimi Pisani; per la qual cosa seguirono gravi litigi e perturbazioni; intantoché un altro impaccio trovava la nostra zecca nel suo esercizio, perché mentre il Comune aveva il diritto d'ordinare la battitura della moneta, i Mansi, famiglia tedesca stanziata qua, avevano il privilegio o meglio monopolio della fabbricazione de' conii. Cessò però questo nel 1221 per dono fattone al Comune da' Mansi stessi; e tanto importante parve allora la cosa, che se ne volle conservata eterna memoria in una solenne scrittura, e nello statuto del 1308 fu stabilito che il podestà dovesse giurare di mantener siffatta cessione.
Tra gli imperatori, che confermarono a Lucca questa regalìa della zecca, non può essere dimenticato Ottone Quarto, il quale per maggiormente guadagnarsi l'affetto de' nostri decretò, che tal diritto dovesse per l'avvenire spettare intieramente al Comune, rinunziando egli primo a qualunque ve n'avesse potuto avere. Del che fu sì grande la gioia, che se ne volle serbata la memoria e la gratitudine col continuare a mettere anche in progresso il nome di lui sulle monete. Tale diritto fu rispettato pure da Federigo Secondo, quantunque però fosse necessario uniformarsi negli estrinseci a una nuova lavorazione e a nuove leggi. Né vi rinunziò Lucca quando cadde in servitù de' Pisani, e lo riebbe quindi più ampiamente raffermato da Carlo Quarto, e in ultimo da Carlo Quinto imperatori, anzi è a notare che dopo aver riacquistata la libertà, tale cessione si attribuisce a Lamberto Masneri, uno di que' Mansi privilegiati, che fu tra' Consoli Maggiori appunto in quell' anno 1221 ; ed fecela col consentimento de' suoi consorti ella non iscolpì più sulla sua moneta che il nome della propria repubblica, segno d' indipendenza.
Vi fu moneta d'ogni sorta di metallo, e i conii più che per l'eleganza eran pregevoli per la forza e poi risalto delle impronte. Nel secolo dodicesimo all'opera del martello si sostituì 1'uso de' conii convessi o a cilindro e orizzontali o a torchio, valendosi de' primi per le monete ordinarie e de' secondi per l'altre di maggior pregio. Le impronte vennero nobilitate col nome della Repubblica, raramente con quelli della Città e del Comune; attorno all'armi si scrivevano i nomi d'Ottone imperatore o re, d'Enrico o Carlo imperatori, o di qualche duca, ponendosi dall'altra faccia l'immagine d'uno de' santi protettori, o di san Martino, o di san Paolino o dì san Pietro, ma più spesso del Volto Santo.
Verso la fine del dugento era in corso una quantità di moneta lucchese, composta di grossi d'argento, del valore. di due soldi o ventiquattro denari piccoli, e delle corrispondenti divisioni in rame o mistura il cambio di questa moneta col fiorino d'oro dopo il marzo del 1288 fu quasi costantemente di L. 1. 18. s, ne' contratti del tempo essa trovasi indicata co' nomi di lira, di soldo e denaro di buona moneta o di denari buoni piccoli, o di moneta mercantile e spendibile; senzaché le diverse espressioni significassero in due' giorni nissuna reale differenza.
Ne' primi anni della signoria di Castruccio si dovettero fabbricare delle nuove specie corrispondenti alle antiche, e le une e le altre restando in corso, ne venne la necessità di distinguerle co' nomi di buomoneta e di piccoli, e di contarle per un valore alquanto diverso. Onde nel 1316, L. 2. 19. 4 di buona moneta corrispondevano a L. 3, s, dì piccoli; e nel 1322, otto di quelle maggiori erano di prezzo uguale a nove delle minori. Pare poi che si operasse da Castruccio una riforma della moneta, come si può ricavare dal veder nel 1323 stipulati i contratti de' pubblici proventi a nuova moneta lucchese, denominazione che cedette poi all'altra di moneta di buoni denari lucchesi. Una nuova moneta fu pure ordinata da Gherardo Spinola, ma riuscì peggiore di quella ch'era già in corso; onde accadde una nuova perturbazione nella valuta, ripetendosi la necessità di contare con varie diverse qualità di lire, di soldi e di denari, e di riprendere il solito nome di buona moneta per quella vecchia e più forte, e l'altro di lire di piccoli per quella nuova e scadente di pregio. Durante il dominio di Giovanni e di Carlo di Boemia fu posta in corso una moneta del valore di tre denari piccoli. Non bastando però ai bisogni del commercio le nostre monete, correvano allora in abbondanza ì popolini di Firenze, gli anfusini sardi, gli aquilini, i genovini, gli anconitani, i tornesi e i bolognini di Modena e di Bologna. La scarsità del denaro indusse nel 1339 i signori Anziani a chiedere a Mastino della Scala facoltà di battere una quantità di monete d'argento, ma non avendola ottenuta, come desideravano, non par che si battesse. Una nuova fabbricazione se ne fece sul principio della dominazione pisana, e due specie di moneta si lavorarono allora un Grosso d'argento da due soldi, e una moneta nera del valore di sei denari, che poi si disse sestino. Nel 4354 si procedette a un nuovo lavorio di moneta d'argento, che fu il Grossone d'argento da sei soldi, con la testa del Volto Santo da un lato e dall'altro il segno d' un'aquila volante, oggi fatto rarissimo e molto desiderato dai raccoglitori. Doveva essere della bontà d'undici oncie e mezzo di fino per libra, ma riuscì alquanto peggiore e alquanto scarso di peso, per difetto del fabbricante che ne pagò un'ammenda. Questo nuovo grosso si disse imperiale o ghibellino. Non sappiamo di certo se avanti la fine della Signoria Pisana si battesse in Lucca nuove specie; ma ritornati indipendenti, i nostri pensarono al riordinamento della moneta, determinando che si rinnovasse prima nel 1370, poi nel 1371, ritornando al grosso regolare da due soldi, e ordinandosi che avesse la bontà d'oncie nove per libra di fino, e che la corrispondente specie di rame avesse sedici denari d'argento per libra. Determinatasi in fine nel secolo sedicesimo la divisione de' valori monetari coll'adottare la lira lucchese di venti soldi o dieci bolognini, e lo scudo d'argento di sette lire e mezzo, e del peso approssimativo d' un'oncia, non si ebbe più nelle monete divisionarie e nei multipli d'oro notevoli alterazioni. D'oro s'imitò in antico il fiorino di Firenze, e nel cinquecento si fece anche una moneta parimente in oro della metà di quello, che dovette corrispondere presso a poco allo scudo d'argento.
Nel secolo diciassettesimo si fabbricarono in gran copia le doppie d'oro di tre scudi, e si batterono ancora dello stesso metallo, ma in numero ristrettissimo, le doppie doppie da sei scudi, e la mezza doppia. Ma la moneta normale e più ripetuta, dal secolo sedicesimo in poi; era lo scudo d'argento colla figura di san Martino a cavallo, e vi furono dello stesso impasto i mezzi, i terzi e i quinti di scudo.
Con somma cura poi fu sempre tenuta la zecca dalla Repubblica, impedendone con ogni argomento le contraffazioni, e persino coll'ordinare sopra di essa nel 1339 la vigilanza di tre Commissarii disinteressati, da eleggersi d'anno in anno, che furon poi dichiarati magistratura ordinaria con decreto del 9 maggio 1571. Si procurò parimente che non venisse affittata a privati, e molto meno a quelli che con insopportabile malvagità ne avrebbero voluto ricavare il proprio vantaggio a detrimento del Comune e le prescrizioni a tal fine ordinate sortiron per lo più buono effetto, trovandosi che soltanto nel 1668 avutala in appalto un tal Iacopo Berti veneziano, se ne valse a contraffare il luigino di Dombes. Ma il Consiglio fece prestamente dismettere quella sleale fabbricazione, e d'indi in poi, se altra volta appaltossi, si preferirono uomini retti e coscienziosi, né mai più ebbero favore quelli zecchieri di professione, che tanto danneggiarono gli altri paesi offrendo ai Principi ingordi guadagni, purché fosse loro conceduto di peggiorar le monete. Un'altra cosa ci sembra pur degna d'essere ricordata, ed è che i nostri non ebbero mai bisogno di chiamar di lontano maestri monetieri essendone qua un collegio o università, che sotto la protezione del Pontefice, dell'Impero e del Regno dì Francia godeva speciali privilegi e immunità. Anzi è certo che monetieri nostri si condussero altrove a esercitar 1'arte, come nel 1259 a Perugia.
Caduta la repubblica aristocratica, i governi che successero non batteron alcuna nuova moneta per sei anni, e quelle che si ebbero nel principato napoleonico, colle teste accollate di Felice e d'Elisa, furono stampate a Firenze, negli anni 1810, 1811, 1812, 1813. Ma nel 1826, essendo duca Carlo Lodovico, ne fu coniata una quantità di rame, di mistura e d'argento per riparare alla pessima condizione della moneta corrente, divenuta logora pel lungo spazio della sua circolazione. Quindi è noto a ciascuno come avendo Lucca per le vicende successive perduta la sua autonomia cessasse pure il lavorìo della zecca antichissima.
Monete principali nei vari tempi furono durante il dominio de' Goti, il tremisse d'oro; Sotto i Franchi; il tremisse d'oro e il denaro d'argento; Sotto i duchi; il denaro d'argento d' Ugo Primo e d'Ugo Secondo; Sotto gli imperatori di Germania e re d'Italia; i denari d'argento dei tre Ottoni, d'Enrico Secondo, e di Corrado Secondo; i denari d'argento e quelli di rame e di mistura d'Arrigo Terzo; d'argento e di rame di Federigo Primo;
Nel secolo tredicesimo, dopo la riforma monetaria; i Denari Grossi d'Ottone Quarto e di Federigo Secondo, il Grosso d'Oro; il Reforziato di rame; Nel secolo quattordicesimo; il fiorino d'oro; il Grossone d'argento; il Castruccio di rame; il Reale di rame di Giovanni di Boemia; Durante la Signoria Pisana; il Grossone imperiale d'argento; il Grosso aquilino d'argento; l'Aquilino piccolo di rame; il Sestino di mistura; Dopo la libertà ricuperata; il Sestino di Carlo Quarto, di mistura; il Grosso d'argento; il Popolino di rame; il Grossetto d'argento; il Fiorino d'oro; l'Albulo dì rame; Nel secolo quindicesimo; il Grosso, il Grosso nuovo, il Grossetto, il Bolognino d'argento il Ducato Largo d'oro; il Piccolo di rame; il Sestino di mistura; Nel secolo sedicesimo; il Sestino di mistura; il Grossetto, il Grosso da 6 e da 10; il Grossone santa Croce da 15 e da 25; il san Martino da i 5 ; lo Scudo ; il Ducatone; il Mezzo Scudo, d'argento lo Scudo, lo Zecchino, il Mancoso, d'oro; Nel secolo diciassettesimo; lo Scudo, il Mezzo Scudo, il san Martino da 15 Bolognini, santa Croce da 25, il Grosso Ghirlanda, il Grosso, il Grossetto, lo Scudo, il Barbone, d'argento; la Doppia, la Mezza Doppia, la Doppia di san Paolino, d'oro; il Soldo, il Mezzo Soldo, il Bolognino, il Panterino, il Duetto, il Quattrino, di rame; il Mezzo Grosso, di mistura; Sotto il Principato Napoleonico; il Pezzo da 5 franchi; il Franco, d'argento; i Pezzi da 5 centesimi, da 3 centesimi, di rame; stampati a Firenze; Sotto il regime Borbonico; la Lira, la Mezza Lira, il Pezzo da 2 Lire, d'argento; i Pezzi da 5 soldi e da 3 soldi, di mistura; il Soldo, il Mezzo Soldo, i Cinque Quattrini e il Quattrino, di rame.

 

Torello Del Carlo
Storia popolare di Lucca
(Pubblicazione dell’800)